Nel 2018 gli impianti di biometano collegati alla rete in Italia erano sette. A giugno 2026 se ne contavano 176 in esercizio, per circa 1 miliardo di Smc l’anno, una quota intorno all’1,6% della domanda nazionale di gas. Il risultato è stato spinto dagli schemi incentivanti del 2018 e del 2022. Le risorse PNRR già concesse arrivavano a circa 2,13 miliardi su un budget di 2,24.
Secondo l’European Biogas Association gli investimenti pianificati in Europa hanno toccato i 36 miliardi di euro (+28% sull’edizione precedente), e l’Italia è seconda dopo la Danimarca con circa 4 miliardi. Gli incentivi non spiegano tutto. Pesano una filiera agroalimentare tra le più grandi d’Europa, che fornisce reflui e sottoprodotti, una rete del gas capillare pronta a ricevere il biometano e quindici anni di esperienza nel biogas agricolo. Molti progetti nascono inoltre da riconversioni di impianti esistenti, quindi con tempi più brevi.
Le operazioni recenti mostrano che il biometano viene trattato come una classe di asset infrastrutturale.
Il valore si sta spostando lungo la catena. Contano sempre più la CO2 biogenica, il bio-LNG per il trasporto pesante, il digestato come fertilizzante e i contratti di fornitura di lungo periodo con industrie che vogliono ridurre la propria impronta carbonica. Per un investitore equity significa margini meno legati alla tariffa incentivante e più alla capacità di integrare le attività.
Secondo il rapporto del Politecnico, i freni principali sono autorizzazioni complesse, tempi di connessione alla rete, approvvigionamento sostenibile delle biomasse e soprattutto la mancanza di un quadro regolatorio stabile oltre gli incentivi attuali. Il rischio è un divario tra produzione attesa e obiettivi PNIEC al 2030. Circa il 90% degli investimenti 2025-2026 è già in costruzione, quindi la domanda per chi investe è quanto capitale arriverà dopo, quando il sostegno pubblico si ridurrà.
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